Racconti da Leggere, Rosa

Ho saldato i conti con il mio destino – racconto breve

Ho saldato i conti con il mio destino racconto di marina galatioto

Ti piace leggere storie di donne che riescono a superare anche se con fatica le difficoltà della vita? In questo racconto breve c’è la storia di Federica, dei suoi sbagli, ma anche del suo voltare pagina… buona lettura!

Incinta. Ero incinta. Seduta sul bordo della vasca da bagno osservavo angosciata il test di gravidanza. Positivo, continuavo a ripetermi; forse per rendermelo reale.

Era una tragedia. Sentivo un dolore fortissimo allo stomaco, come un bruciore. Ero sicura fosse l’ansia mista a rabbia che mi pervadeva. Dovevo dirlo ai miei genitori, a Marco…

Avrei perso un anno all’università. I miei ne sarebbero rimasti delusi. Non riuscivo neanche a piangere dallo sconforto. Con tutte le donne che desideravano un figlio era capitato a me di rimanere incinta. Non che non volessi figli, ma non adesso, a ventidue anni. Perché a me?

Era successo anche ad un’amica di una mia amica e io, all’epoca, ricordo d’aver pensato: “che se ti capita te lo sei cercato perché esistono davvero tanti metodi anticoncezionali.”

Ora era toccato a me e non sapevo come cavarmela. Eravamo stati attenti. Ne ero certa. ma che cosa non aveva funzionato? Abortire però era fuori discussione. A parte che i miei non me l’avrebbero mai perdonata io amavo Marco e quello era il nostro bambino. Non me la sentivo di ucciderlo. Mia madre mi aveva sempre detto “chi sbaglia paga” e io l’avevo sempre ritenuto giusto. Un figlio però non può essere ritenuto uno sbaglio, pensai.

Certo il momento non era dei migliori e avremmo dovuto fare parecchi sacrifici, ma ero certa che la mia famiglia mi avrebbe aiutato. Avrei cercato un lavoretto part-time per incrementare le nostre entrate. Marco lavorava da tempo e aveva qualche risparmio. Con il matrimonio avremmo racimolato un pò di soldi dai parenti.

Insomma non era così tragica… a parte i miei studi. Eppure ero disposta a metterli da parte. Se i miei calcoli erano esatti dovevo essere già di due mesi. Mi accarezzai la pancia ancora piatta e sorrisi. Marco ne sarebbe stato felice. Io e lui ci amavamo ormai da due anni; forse il bambino arrivava per farci accelerare i tempi. Io avevo sempre pensato che ci saremmo sposati dopo che avessi finito l’università.

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Non ne avevamo mai parlato chiaramente, però ne ero certa. Mi alzai, raccolsi il test e la confezione e gettai tutto nella spazzatura condominiale. Per adesso era meglio che i miei non ne sapessero niente. Passai il pomeriggio a fare progetti piuttosto che a studiare anche se di lì a tre giorni avrei dovuto dare un esame. Era meglio portarsi avanti il più possibile, prima che nascesse il bambino.

Ora di sera avevo scritto e riscritto il nostro futuro a tre almeno dieci volte. Avremmo preso un appartamentino in affitto, magari piccolo e in periferia che avrei arredato con gusto e fantasia, ma in economia. Mi vedevo già preparare la cena per Marco di ritorno dal lavoro; oppure mano nella mano con lui in giro per negozi specializzati in prima infanzia. Mi ero anche convinta che sarebbe stata una bella esperienza. Stavo per diventare madre. Sapevo che non sarebbe stato facile, però non ero io la prima. E poi avrei avuto un marito affettuoso e genitori comprensivi che ci avrebbero aiutato.

Insomma ora di sera avevo accettato il fatto. Oddio, non che facessi i salti di gioia, quello no, ma mi sentivo abbastanza serena da poterne parlare tranquillamente con Marco.

Quello che proprio non mi aspettavo era la reazione di Marco. Lui cominciò con un silenzio e un’espressione sconvolta. Poi, quando la voce gli tornò mi chiese se ne ero sicura. Al mio cenno di assenso aprì e chiuse la bocca un paio di volte prima di chiedermi da quando lo sapessi.

«Vorrei che non lo dicessi a nessun altro» mi disse «chissà come la prenderebbero i tuoi genitori. Per non dire dei miei. No, ce ne occuperemo noi. Di quanti mesi sei?»

«Due se non sbaglio» dissi guardandolo senza capire.

«Bene. Sai ho un amico che lavora in un ospedale, il Santa Maria, sono certo che ci darà una mano volentieri.»

Avevo tanto sperato che prendesse in mano la situazione, ma… non in quel modo che credevo d’aver inteso «Co.. cosa intendi dire?» balbettai.

«Ohhh, Federica io ti amo lo sai, però non possiamo certo tenerlo. Siamo troppo giovani, tu devi ancora finire gli studi. Io mi sentirei terribilmente in colpa nei tuoi confronti se per colpa del bambino tu non potessi raggiungere i tuoi obbiettivi» mi spiegò con tono calmo e paziente

«Ma ormai sono incinta. So che non lo avevamo programmato, però c’è.»

«Dobbiamo sbarazzarcene. Lo so sembra brutto, ma è l’unica soluzione che abbiamo»

Io cominciai a piangere. Non volevo prendere in considerazione quella soluzione drastica. Avevo paura, eppure Marco sembrava così deciso. Lui pareva così sicuro di quello che stava dicendo.

«Ti fidi di me?» mi chiese guardandomi come mi guardava tutte le volte che voleva convincermi di qualche cosa… come quando mi aveva convinto a farlo la prima volta.

«Sì, mi fido di te» gli dissi. Amavo Marco con tutta me stessa, non avrei mai sopportato di perderlo e se avessi insistito per avere il bambino… qualcosa mi diceva che sarebbe stato così. E, anche se con una grande pena, accettai la sua idea.

Lui mi abbracciò stretta e sospirò di sollievo. Disse che in futuro avremmo avuto modo di avere altri figli.

Per un attimo pensai di farlo ragionare, di convincerlo. In fondo io volevo sposarlo e se fosse stato entro qualche mese ne sarei stata più che felice.

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«Potremmo sposarci» buttai lì. Lui mi guardò senza parlare per un attimo che mi sembrò lunghissimo. Pensai che ci stava seriamente pensando… invece no. Non lo considerò neanche per un millisecondo, ma questo lo scoprii solo molto più tardi.

«Tesoro, ti sposerò, ma non adesso. Non a causa di questo bambino che arriva nel momento sbagliato. Si può abortire legalmente e quindi se si può fare non può essere tanto sbagliato. Sono certo che questa possibilità esista anche per semplificare la vita ai ragazzi come noi»

Io ero sconvolta. Marco diceva sul serio. Anch’io all’inizio non ero stata felice, però non avevo pensato a mente fredda come lui. Diedi la colpa all’emozione, allo shock. Quando mi accompagnò a casa, Marco mi fece promettere di non dire niente a nessuno e di fidarmi di lui.

Quattro giorni dopo mi accompagnò all’ospedale dove lavorava il suo amico, e l’amico del suo amico, che ci avrebbe tolto “l’impiccio”. Mentre mi accompagnava Marco continuò a ripetermi che mi amava, che quello che stavamo facendo era la cosa giusta, che eravamo entrambi troppo giovani eccetera eccetera. Lo amavo pazzescamente e non pensai, nemmeno per un momento, di fare qualcosa di diverso da quello che voleva, non intendevo perderlo. Marco era l’unico ragazzo che mi avesse mai amato veramente. L’unico che aveva creduto in me, che mi aveva appoggiato nelle mie piccole grandi battaglie della vita.

Così mi ritrovai distesa su quel lettino da ambulatorio tesa come una corda di violino ad ascoltare l’amico dell’amico che mi diceva di non preoccuparmi.

«Finirà così in fretta che nemmeno te ne accorgerai».

Nella mia mente cominciarono ad affollarsi mille pensieri. Non puoi, mi dicevo, non puoi, sei ancora in tempo, non farlo. Marco capirà. Non farlo Federica, pensa ai rimorsi. Lacrime cominciarono a scorrermi lungo le guance. Sentii una lieve puntura e poi… nemmeno mezzora dopo c’ero solo io su quel lettino, troppo sconvolta per pensare analiticamente. Adesso Marco sarebbe stato contento e fiero di me, pensai.

Lui mi aspettava fuori dall’ambulatorio. Mi portò a casa sua. I suoi lavoravano entrambi e fino a sera saremmo rimasti soli. Io avrei potuto riprendermi e tornare a casa la sera, normalmente, come se niente fosse successo.

Marco mi riempì di attenzioni, ma io ero intontita dall’anestesia. Alle sei del pomeriggio uscimmo di casa. Ci fermammo al parco per una mezzora, avevo proprio bisogno di ossigenarmi il cervello.

Quella sera con la scusa di avere l’emicrania me ne andai a letto a presto e i miei non ne seppero mai nulla.

Marco mi aveva promesso amore eterno, mi aveva promesso il matrimonio in cambio del sacrificio del bambino. Ebbene, nemmeno due mesi dopo le cose cominciarono a sgretolarsi. Litigavamo, lui usciva spesso con gli amici lasciandomi sola. Io ero gelosa e in cuor mio lo incolpavo della mia decisione. Però pensavo ancora che le cose potessero sistemarsi, era solo un momento difficile. Una volta riuscii anche a parlarne con lui. Diede la colpa al lavoro.

Sono passati esattamente tre anni. Tre anni da quel funesto giorno in cui accettai di uccidere il mio bambino. E io sono qui, sola, sulla panchina che di solito dividevo con Marco. Oh sì, mi sono laureata. I miei genitori sono molto fieri di me. Ho trovato un buon lavoro, bello e remunerativo. Tra poco potrò permettermi un appartamentino per conto mio.

Ho preso mezza giornata di permesso per venire qui a pensare, a commemorare quel giorno. Lo faccio tutti gli anni. Forse sembrerà stupido, e in effetti è un inno alla mia stupidità.

A quest’ora del pomeriggio il parco pullula di mamme e bimbi piccoli, piccoli come sarebbe mio figlio se fosse nato. Ma non lo è. E io, non c’è giorno che non provi rimorso, o sensi di colpa. Appena vedo un bambino mi si inumidiscono gli occhi. Lo feci per Marco, perché mi fidavo di lui, lui sapeva ciò che era giusto. L’avevo fatto perché lo amavo troppo per perderlo e poi… l’ho perso lo stesso. Forse se avessi avuto il bambino non avrei perso tutti e due. Ora mi ritrovo sola su questa panchina.

Marco mi ha lasciato quattro mesi dopo l’aborto. Disse che non mi amava più da tempo, che la gravidanza aveva cambiato tutto tra noi. Non capii mai cosa, ma quando mi lasciò una cosa la capii davvero bene: che forse neanche allora era tanto sicuro del suo amore per me. Forse non aveva voluto il bambino solo per egoismo, quell’egoismo che mi aveva fatto decidere di non perdere lui.

Guardo quelle piccole creature correre nei giardinetti e invidio quelle mamme. Quando penso mi trovo a combattere con schiere di se e forse. Io sola contro tutti loro. Lo so che con i forse e con i se non ci si fa niente, ma non riesco a farne a meno. Continuo a vivere il presente ferma in un attimo del passato; un attimo congelato con dentro me, i miei se e i forse.

Non riesco a smettere di pensarci e vengo qui ad esorcizzare il passato. Dovrei metterci una pietra sopra lo so, però non ne ho la forza o forse le capacità. Comunque oggi ho deciso che per prima cosa lo racconterò ad Emanuele. Emanuele è il mio ragazzo. Dopo Marco ho passato più di un anno a non uscire con nessuno, non ne avevo la forza. Poi ho conosciuto Emanuele. E’ completamente diverso da Marco, caratterialmente intendo. Non siamo ancora stati a letto insieme. Non intendo cascarci una seconda volta.

Un grido mi distrae dal corso dei miei pensieri. Seguo lo sguardo sconvolto di una giovane madre. Il bambino! O mio Dio! Salto su e senza pensarci un attimo mi ritrovo a correre in mezzo alla strada. Lo afferro e lo trascino di lato. La macchina mi prende su un fianco e mi sbalza di lato, ma sono riuscita a trarre in salvo il piccolo.

«Alessio» la donna prende in braccio il bambino, piangono tutti e due dallo spavento. Mi sento prendere gentilmente per un braccio. E’ l’uomo della macchina.

«Si è fatta male?» mi chiede preoccupato. Scuoto la testa «Non è grave, solo una leggera botta»

Intanto la donna comincia a ringraziarmi.

«Mi ero solo distratta un attimo, dovevo soffiarmi il naso… poi l’ho visto in strada. Se non ci fosse stata lei…» Le parole della donna mi rimbalzano nella mente… mi ero solo distratta un attimo… un attimo. Era bastato un attimo per togliermi la gioia del mio bambino.

Forse avevo anche sprecato quegli ultimi tre anni della mia vita piangendo su un passato che non poteva comunque tornare, punendomi e facendo la martire.

Non ero più uscita in compagnia per non rischiare di vedere Marco, ero arrivata al punto di odiarlo e di odiare me stessa.

Ma ora mi sentivo come rigenerata. Avevo fatto qualcosa per qualcun altro. Avevo salvato quel bambino. Era come se mi fossi messa in pari con il mondo, con me stessa. Era come se quello che era capitato quel giorno fosse successo per darmi l’opportunità di riparare al passato e di azzerare il pallottoliere. Sì, avevo azzerato il conto col destino. Sorrisi spontaneamente per la prima volta dopo tanto tempo e ringraziai la giovane mamma. Lei mi guardò senza capire. Era troppo lunga da spiegare ma quel giorno, suo figlio, aveva ridato la vita anche a me.

 

pubblicato su GrandHotel del 22 giugno 2001

 

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