Mistero

La cattiveria non paga, racconto breve del mistero

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Questo racconto del mistero si intitola “La cattiveria non paga”. Buona lettura!

“Lidia era una donna dinamica e intransigente, soprattutto intransigente. Non si curava minimamente del prossimo e appena poteva approfittava delle debolezze altrui per il proprio tornaconto. Le cose o andavano come diceva lei o non andavano. Lavorava in un’agenzia immobiliare insieme ad altre quattro persone. In quel momento era seduta alla sua scrivania a tamburellare con le unghie laccate sul piano nero.

Nervosetta, l’avrebbe definita la “talpa”. La talpa era il suo titolare. Lo chiamava così perchè lui non vedeva né la sua intelligenza né la sua abilità. Il suo telefono squillò «De Palma» rispose con tono secco.

«Brutta ladra intrigante! L’hai fatto apposta! Ma se pensi di cavartela, scordatelo!»

Lidia sapeva chi era. «Finiscila o ti denuncio per minacce. Non ti ho rubato niente. Semplicemente sono più abile di te nel concludere affari. Tutto qui» replicò infastidita prima di sbattere giù il ricevitore. Non aveva rubato, aveva semplicemente approfittato della situazione a suo vantaggio. Cosa c’era di male? Il loro era un mondo di pescecani. Il più grosso mangiava quello più piccolo. Era questione di sopravvivenza.

All’improvviso sentì ancora quel freddo sul collo: gelido, secco. Rabbrividì. Doveva essere quella dannata aria condizionata. Il gelo le penetrò nelle ossa. Si alzò, prese la borsa e uscì. Con la mano libera prese a massaggiarsi il collo. Era stato quell’idiota a infastidirla. Si fermò davanti ad una vetrina. Ci vide riflessa la sua immagine: alta uno e sessanta, rotondetta… seno prosperoso e pancetta. Ma lei amava vestirsi da donna irresistibile con gonne sopra il ginocchio e maglie scollate.

Sì, doveva ammetterlo lo faceva nella speranza di attirare un uomo. Giovane e vigoroso se possibile. Sorrise. Lei sorrideva di rado, la sua era una vita dura. Sempre a guardarsi le spalle, con la paura che qualcuno la fregasse, un timore che poi non derivava altro che dalla sua propensione a fregare lei il suo prossimo.

Decise di tornare indietro, le era passata. Tornata in ufficio provò ancora quella sensazione di gelo, dannazione. Con rabbia chiamò la segretaria e si sfogò «Maledetta aria condizionata, non si può spegnere?»

«Ma Lidia ti assicuro che è spenta» le rispose Rita in tono conciliante.

«Non è possibile.»

L’altra le promise di chiamare il tecnico e Lidia chiuse la comunicazione senza nemmeno ringraziarla. Fissò alcuni appuntamenti e poi si occupò delle email, l’ultima era la più interessante. La proprietaria della Casa dei Fanti la aspettava davanti alla villa per discutere con lei della vendita. Si sarebbe presentata puntuale alle tre del pomeriggio seguente.

Se fosse andato in porto l’affare ci avrebbe guadagnato un bel gruzzolo. Cancellò tutte le email, per sicurezza. Sapeva com’era facile carpire informazioni sui computer altrui. Rabbrividì. Aveva la sensazione che qualcuno la stesse spiando. Guardò fuori dalla finestra. Magari fosse stato un uomo con cui passare fantastiche notti.

La porta del suo ufficio fu spalancata all’improvviso «Che diavolo vuoi?!» abbaiò Lidia all’uomo sulla porta.

«Sei una lurida cagna» la investì lui.

«Cosa direbbe la tua mogliettina se ti sentisse parlare in questo modo?» le chiese con falsa gentilezza.

«Lascia Gioia fuori da questa storia… lei è morta, lasciala in pace.» mormorò l’uomo sconfitto, le spalle ricurve sotto il peso del dolore che quella donna gli aveva ricordato «Non ti fermi davanti a niente vero? Usi le sofferenze altrui a tuo vantaggio. Sei più fredda del ghiaccio dell’Antartide» l’uomo si girò e uscì.

Lidia emise un sospiro e si accese una sigaretta. Appena arrivata lì si era invaghita di lui e in modo sottile gli aveva fatto capire di essere disponibile ad un’avventura senza importanza. Ma lui, l’idiota, amava troppo la dolce mogliettina e l‘aveva rifiutata.

Lidia non era una che mollava facilmente e così, con la scusa del lavoro, aveva fatto di tutto per rovinarlo. Non che fosse un problema lei amava il suo lavoro più di ogni altra cosa al mondo. Rubare! Lei non rubava mai, prendeva in prestito oppure approfittava!

E l’idiota non aveva ancora in mano niente quando lei gli aveva soffiato l’affare. Sentì di nuovo quel freddo sul collo, secco e pungente, come fosse una mano gelida che la toccava oppure un respiro freddo della morte…

Ma che diavolo andava a pensare? Da dove usciva quel macabro pensiero? Che stupida. Un discreto colpo alla porta la riportò al presente

«Il contratto che mi avevi chiesto è pronto» disse Rita.

«Dammelo.» appena lo guardò si accorse subito dell’errore e siccome Lidia aveva quel dono speciale e riusciva a farsi odiare da quasi tutta la popolazione mondiale agì secondo la prassi «Ma cos’hai fatto? non vedi? è tutto sbagliato. Possibile che debba sempre dirti come fare le cose? Rifallo e subito!»

Rita uscì senza ribattere. Però gli scatti d’ira di Lidia erano sempre riportati al titolare. Lei lo sapeva ma… poco male. La “talpa” non l’avrebbe mai mandata via, lei era brava nel suo lavoro, troppo per potersene sbarazzare rischiando che andasse alla concorrenza.

Due ore più tardi chiuse e uscì dall’agenzia. Ma appena fuori ebbe la sensazione di avere qualcuno alle calcagna. Chi poteva essere che la seguiva? Dall’agenzia a casa sua c’erano solo dieci minuti di strada che lei, regolarmente, faceva a piedi. Quella sera ne era pentita. Accelerò il passo. C’era davvero qualcuno che la seguiva, ne era consapevole.

Respirava affannosamente, un pò per la fatica di mantenere quel passo e un pò per la paura di non riuscire ad arrivare a casa. Purtroppo non c’era in giro nessuno. Ed erano solo le nove di sera. Aveva paura, una paura folle che fosse qualcuno che volesse farle del male, magari uno scippatore o addirittura un violentatore. Accelerò ancora, ora quasi correva.

Ma chi stava dietro di lei la seguiva ancora, Lidia non si girava nemmeno per non perdere il ritmo. Era terrorizzata. Davanti agli occhi le passarono alcune immagini di morte, terribili. Sudava freddo. Si sentì come sfiorare e sussultò emettendo un gridolino. Sembrava così vicino. Cercò le chiavi, ormai era quasi a casa. Poi li vide, due ragazzi davanti al portone. Era salva. La sensazione d’essere seguita svanì. Lei si girò e non vide nessuno.

Si rifugiò nel suo appartamento e chiuse persiane e vetri delle finestre nonostante fosse estate, non voleva rischiare. Sarebbe morta di caldo ma pazienza, aveva troppa paura. Sbocconcellò un toast e poi andò a dormire. Ma appena scivolava nel sonno sentiva una specie di sussurro come fosse il vento. Stava impazzendo, era l’unica soluzione. Si alzò, ingoiò un paio di aspirine e poi se ne tornò a letto. Dormì fino al mattino di un sonno agitato. Indossò un vestito nero che non indossava quasi mai e andò in agenzia. Era in ritardo e per di più aveva un maledetto cerchio alla testa.

«Il capo ti ha cercata» le disse Rita appena mise piede in agenzia.

«Vado subito da lui» ci mancava anche quella; perchè Lidia già sapeva che l’aspettava una bella tiritera. Lei diede la sua spiegazione fingendosi pentita.

«D’accordo ma che non capiti più e mi raccomando cerca di essere più gentile con le altre persone del gruppo, non vorrei arrivare al punto di doverti licenziare, capisci?» le disse in tono mellifluo.

Mentre tornava nel suo ufficio si sentì addosso lo sguardo iroso dell’idiota. Lo sentì dire alla segretaria d’avere un appuntamento dal dentista alle due e mezza di quel pomeriggio. Peggio per lui che non lavorava.

Invece lei a quell’ora sarebbe andata alla “Casa dei Fanti” per trattarne la vendita. Alle tre meno quattro minuti era davanti alla villa. Certo era grande, cinquecento metri quadri di casa e mille di terreno circostante. Però la casa era proprio conciata da sbatter via. Le ristrutturazioni sarebbero costate un patrimonio, d’altronde quello non erano un problema suo. La proprietaria di quel rudere non era ancora arrivata perché non c’erano altre macchine oltre la sua.

Si avvicinò un poco, quella casa era proprio lugubre. Ma cosa importava? Non doveva mica comperarla lei. Vide un movimento all’internoe si avvicinò. L’assalì il freddo gelido, si chiese come fosse possibile data la stagione. Pazienza, pensò.

La porta della casa era socchiusa e dall’interno giungeva una luce. «C’è qualcuno? Posso entrare?» chiese.

La porta si aprì e lei intravide una donna vestita di azzurro. Le sembrò che le dicesse di entrare. Lidia lo fece, si ritrovò in una cucina con il tavolo apparecchiato. Quella stanza sembrava avesse cinquant’anni meno della casa. Il tavolo e le sedie sembravano recenti acquisti. Il freddo si fece più intenso e lei rabbrividì. La donna che aveva intravisto dall’ingresso era bella, alta e bionda. Il vestito azzurro che indossava sembrava di seta e si muoveva dolcemente intorno alle sue gambe. La sconosciuta sorrise e le fece cenno di sedersi.

«La ringrazio. Dunque è sua questa casa? Ha intenzione di venderla?» chiese subito Lidia senza perdere tempo.

La donna fece un cenno di diniego con il capo poi a gesti le spiegò che non poteva parlare.

«Oh mi dispiace molto. E’ una così bella donna» doveva avere una trentina d’anni. La donna sorrise e si sedette a sua volta.

«Ha intenzione di vendere?» tornò all’attacco Lidia.

L’altra scosse il capo.

«No?! Ma allora non capisco. Ci dev’essere un equivoco. Io sono qui per la vendita della casa»

La donna non rispose e si versò il the. Le fece segno di allungarle la tazzina.

«No grazie, niente the per me. Solo vorrei capire perché sono qui» adesso Lidia era un pò spazientita. Se non voleva vendere perché l’aveva chiamata allora? «Vuole affittare?» Nessuno avrebbe affittato quella baracca.

“Lo so” Lidia sentì quella voce dentro nella sua mente. Ed era sicura che nessuno l’avesse pronunciata; era stata quella donna. In quella casa stava decisamente succedendo qualcosa di poco chiaro. Lidia si sentì gelare. Guardò l’altra che continuava a sorridere. Che diavolo c’era da sorridere? si chiese incollerita.

Lidia sentì una mano posarlesi sul collo, premere. e poi stringere. Anche lei si portò una mano alla gola per capire cosa fosse quella sensazione. Cominciava ad avere paura. L’altra donna mise lo zucchero nel suo the poi lo girò, per niente preoccupata per quello che stava accadendo alla sua ospite.

Lidia ansimò quando la stretta intorno al suo collo si fece ancora più pressante «Ma cosa succede?» disse con voce roca «chi diavolo è lei? Cosa vuole da me? Cosa mi succede?»

La donna la guardò sorridendo ancora, ma un’ombra di soddisfazione passò nei suoi occhi.

Lidia decise di smetterla, in fondo quella casa non le interessava poi così tanto. Cercò di alzarsi ma una forza invisibile la tenne giù.

«Sei cattiva» il pensiero le si materializzò nella mente.

«Non è vero» adesso era terrorizzata. Sapeva che stava succedendo qualcosa di terribile a cui lei non poteva opporsi e sentì crescere dentro di sé una sensazione di ineluttabilità.

«Aiu…to mi… sento… soffo…ca..re…aiu…»

Ora la morsa intorno al collo le provocava dolore, quasi le era impossibile respirare, rantolava. L’altra bevve il suo the senza prestarle la minima attenzione. Non sorrideva più, ma sembrava soddisfatta. La stretta intorno al collo di Lidia si allentò. La donna le stava dando la possibilità di parlare. Ma Lidia non riuscì ad emettere solo un suono roco irriconoscibile.

“La cattiverai non paga” disse la donna in azzurro “MAI”.

Poi lentamente si alzò. Lidia pensò che doveva essere tutto finito, magari stava sognando, oppure era uno scherzo di cattivo gusto di qualcuno che la odiava. Tento nuovamente di alzarsi ma il suo corpo era ancorato alla sedia da una forza misteriosa «lasciami andare» gridò con tutta la forza che poté.

La donna in azzurro la guardò con compassione. “Addio” mormorò prima di uscire dalla casa.

«Dove vai? Non puoi lasciarmi qui. Torna indietro, torna qui immediatamente.»

Lentamente la morsa si strinse intorno alla gola di Lidia che, da principio, gridò e cercò di fare qualcosa. Poi lentamente le forze la abbandonarono e lei smise di lottare.

Antonio tornò a casa presto. L’agenzia era stata chiusa per lutto. Lidia De Palma era stata trovata strangolata alla “Casa dei Fanti”.

«Gioia? Sono a casa»

Sua moglie lo raggiunse in salotto e si sedette di fianco a lui sul divano «Sei sconvolto» gli disse.

«Una mia collega è stata assassinata ieri. Hanno interrogato tutti, io per primo. Sai non è che la apprezzassi molto» spiegò.

«Lo so, me ne avevi parlato. Lidia non sapeva farsi amare da nessuno. Meno male che tu avevi un alibi perfetto: eri dal dentista»

«Già» Antonio alzò la testa e guardò la sua bella moglie. Era uguale a quel giorno di tre anni prima quando era morta, i suoi bei capelli biondi, i suoi occhi azzurri come il vestito che indossava. Da tre anni a quella parte aveva sempre addosso quello… le donava così tanto.

«Cosa pensi le sia successo?» chiese l’uomo.

Gioia abbassò il capo e i capelli le nascosero il viso «Non lo so ma di sicuro da oggi in poi non ti darà più fastidio»

marina galatioto

 

Vuoi ascoltare il racconto “la cattiveria non paga?  Lo trovi ==>> qui.

 

“La cattiveria non paga” è stato pubblicato sulla rivista GrandHotel n.17 del 27 aprile 2001 

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