
Ottobre è il mese in cui vampiri, fantasmi e antiche leggende tornano a popolare libri, film e racconti, ma i mostri che abitano le nostre storie non sono nati ad Halloween. Esistevano molto prima.
Prima del cinema. Prima del romanzo gotico. Prima che qualcuno decidesse come dovesse essere fatto un vampiro.
Erano creature sussurrate attorno al fuoco, simboli incisi nella pietra, divinità dimenticate, racconti tramandati per generazioni. Ed è proprio in quel territorio incerto, dove mito, storia e immaginazione si sfiorano, che affondano alcune delle suggestioni alla base de La Profezia del Cerchio.
Benvenuti nel mio Atelier narrativo.
Questa volta, prima ancora di entrare nel romanzo, voglio portarvi nel luogo in cui alcune storie cominciano: la ricerca.
Che cos’è l’archeomitologia?
L’archeomitologia è un approccio interdisciplinare associato in particolare al lavoro dell’archeologa Marija Gimbutas. L’idea è affascinante: per comprendere le società del passato può non essere sufficiente osservare soltanto ciò che hanno lasciato materialmente.
Un oggetto rituale, una figura scolpita, un simbolo ripetuto per secoli possono essere messi in relazione anche con miti, folklore, religioni, linguaggio e tradizioni successive. In altre parole, l’archeomitologia prova a interrogare contemporaneamente le pietre e le storie.
Non significa dimostrare che ogni leggenda racconti un avvenimento realmente accaduto. Significa chiedersi se, all’interno di un mito, possa essere rimasta l’eco di una credenza, di un rito, di una paura o di un modo di interpretare il mondo.
Ed è qui che, per una scrittrice, tutto diventa estremamente interessante.
Quando un simbolo sopravvive a chi lo ha creato
I simboli hanno una caratteristica straordinaria: possono sopravvivere al loro significato originario. Un cerchio, una spirale, un serpente, la luna, il sangue, un occhio, un segno inciso sulla pelle…
Per noi possono avere un determinato significato. Per qualcuno vissuto duemila o cinquemila anni fa potevano averne uno completamente diverso.
A volte conosciamo quel significato, altre volte possiamo soltanto formulare delle ipotesi ed esiste uno spazio meravigliosamente fertile tra ciò che sappiamo e ciò che probabilmente non sapremo mai.
È lo spazio in cui può nascere un romanzo.

La Profezia del Cerchio
Quando costruisco un mondo fantastico, raramente mi interessa inventare qualcosa che sembri completamente scollegato dall’esperienza umana.
Mi affascina molto di più prendere qualcosa che potrebbe sembrare antico, qualcosa che possieda l’eco di un significato precedente, e chiedermi: “E se non avessimo capito tutto?”
Il cerchio, naturalmente, è uno degli elementi centrali de La Profezia del Cerchio. È una forma semplicissima e allo stesso tempo potentissima. Non possiede un vero inizio e non possiede una vera fine.
Può indicare completezza, ciclicità, protezione, eternità, ritorno, ma in una storia può diventare anche qualcos’altro: una promessa, una condanna, un’appartenenza o una profezia. E soprattutto può cambiare significato a seconda di chi lo osserva.
È questo genere di ambiguità che ha nutrito il mio immaginario.
Vampiri: molto prima di Dracula
Anche il vampiro è un ottimo esempio di ciò che accade quando folklore e narrativa si incontrano. Oggi possediamo un’immagine abbastanza precisa del vampiro: canini, sangue, immortalità, seduzione, oscurità, ma le credenze legate ai morti che ritornano, alle creature che sottraggono energia o sangue e agli esseri sospesi tra vita e morte sono molto più antiche e soprattutto molto più varie dell’immagine resa celebre dalla letteratura gotica.
Ogni cultura ha trasformato le proprie paure in creature differenti e me ha lasciato grande curiosità e interesse, tanto da arrivare a chiedermi:
“Perché gli esseri umani hanno avuto bisogno di immaginare qualcosa di simile?”
La paura della morte? Il desiderio di sconfiggerla? La paura del contagio? Il corpo che cambia? Il sangue come vita? O l”idea che qualcosa di noi possa continuare a esistere quando non dovrebbe più farlo?
E a questo punto una creatura fantastica smette di essere soltanto un mostro e diventa un simbolo.
Dove finisce l’archeomitologia e comincia la fantarcheologia?
Accanto all’archeomitologia esiste un territorio molto diverso, quello che viene spesso definito fantarcheologia o pseudoarcheologia.
È il mondo delle interpretazioni spettacolari del passato presentate come verità nonostante manchino prove sufficienti: civiltà tecnologicamente avanzatissime scomparse senza lasciare traccia, antichi astronauti, manufatti interpretati come macchine impossibili, conoscenze perdute attribuite a popoli misteriosi.
Dal punto di vista scientifico, archeomitologia e fantarcheologia non sono sinonimi eppure, per chi scrive narrativa fantastica, persino la fantarcheologia può diventare un enorme archivio di domande, ma con una condizione fondamentale:
una suggestione non deve essere confusa con una prova.
In un saggio dovrei dimostrare ciò che affermo, in un romanzo posso semplicemente chiedermi: “E se fosse vero?” e da quelle quattro parole può nascere un intero mondo.
Le civiltà perdute sono irresistibili proprio perché misteriose
C’è un motivo per cui ci affascinano tanto città sommerse, manoscritti indecifrati, templi abbandonati, lingue scomparse e popoli dei quali conosciamo soltanto pochi frammenti.
L’essere umano detesta i vuoti. Quando manca un pezzo, cerchiamo istintivamente di completarlo. Quando qualcosa è denso di mistero non possiamo fare a meno di cercare di scoprire cosa si nasconde.
L’archeologia prova a riempire i vuoti e risolvere i misteri attraverso le prove.
Il mito attraverso il racconto. La narrativa attraverso l’immaginazione.
Sono tre strade diverse, ma tutte partono dalla stessa domanda:
Che cosa è successo qui?
Ed è una domanda irresistibile per chi racconta storie.
Documentarsi non serve a togliere libertà alla fantasia
Potrebbe sembrare che più studi, più vincoli tu abbia. Per me accade esattamente l’opposto: la documentazione moltiplica le possibilità.
Scoprire un’antica credenza può suggerire una religione inventata. Un simbolo può diventare un marchio e un rito funebre può trasformarsi in una cerimonia proibita.
Una leggenda può suggerire una profezia e una superstizione legata al sangue può diventare la regola biologica di una creatura fantastica.
Il punto non è copiare ciò che è esistito, bensì lasciarsi porre delle domande dal passato.
Il confine più interessante è quello tra ciò che sappiamo e ciò che immaginiamo
Durante la costruzione de La Profezia del Cerchio mi sono accorta ancora una volta di quanto ami questo confine. Non voglio che il lettore debba conoscere archeologia o mitologia per entrare nella storia.
Non è necessario.
Ma mi piace pensare che dietro un simbolo, una creatura o una leggenda, possa esserci un secondo livello, una domanda nascosta, un’eco del passato.
Qualcosa che faccia pensare:
“E se questa storia fosse nata da qualcosa di molto più antico?”
Forse è questa una delle ragioni per cui continuiamo ad amare vampiri, profezie e civiltà dimenticate, perché ci fanno sognare, immaginare e desiderare qualcosa che non abbiamo.
Cambiano i secoli, cambiano i nomi, cambiano le storie, ma alcune paure e alcuni desideri continuano a tornare.
Proprio come un cerchio.
Dentro l’Atelier narrativo
Questo articolo fa parte dell’Atelier narrativo, lo spazio in cui racconto ciò che accade prima e intorno ai miei romanzi: documentazione, simboli, luoghi, suggestioni, ricerche e quelle piccole scintille dalle quali, qualche volta, nasce un’intera storia.
Nelle prossime tappe entreremo ancora più a fondo nell’universo de La Profezia del Cerchio e visto che ottobre è il mese perfetto per farlo, cominceremo proprio da ciò che si nasconde nell’ombra.
Dopotutto, non tutti i vampiri hanno paura della luce.
E non tutte le profezie vogliono essere comprese.
Archivio Narrativo di Marina Galatioto — Dove ogni romanzo continua oltre l’ultima pagina



